martedì 25 febbraio 2014

MEMORIE E FANTASIE DI TERESA BERNI FU CRISANTI.




Ritratto di donna.
Studio 
fratelli Vianelli (1890 ca.) 
Era scuro e aveva il viso grande, gli occhi del diavolo vaiolato. Quando alle spalle ho una porta socchiusa mi giro per vedere se c’è, se il gatto di casa attraversa la stanza mi avvolgo nello scialle. A volte mi porto una mano alla gola e piango. Teresa non sentirti male, mi dico, forse se l’hai incontrato per il tuo cammino v’è un motivo. Però di peccati, ad onor del vero, non so d’averne fatti e che io sappia neanche il mio buon marito. Ho visto ammazzare conigli, agnelli e galline ma non ci provo mica gusto. Si fa per portare in tavola il dovuto. Nascere benestanti non è mica la violazione d’un comandamento e non ho mai desiderato il di più né le cose degli altri. Ma è ora che tocco il collo che lo sdegno m’assale: la roba mia non la dovevano toccare! Ed è questa la rabbia più grande che sento, dato che m’è stato estorto con la violenza un dono di mia madre.

Se potessi parlare così al tribunale o ai Regi Carabinieri affinché capissero che quanto m’hanno tolto quella mattina m’è caro come le figlie, come m’è caro Dio, allora lo cercherebbero ancora per tutti i boschi quel demonio! e mi porterebbero la sua testa su un piatto d’argento, coi ricami d’oro. Se ancora non avessi così paura di salire sul carrettino andrei a scovarlo da sola e giunta all’imbocco del bosco di Sant’Antonio tirerei fuori dalle sottane la doppietta del mio Giuseppe e lo minaccerei della vita, lui ed il suo compare che ho riconosciuto dalla fotografia.
E’ notoria oggi come ieri, a detta del brigadiere, la loro identità. Li vedo come in mezzo ad un sogno questi due tizi, uno alto e uno basso, di circa trentacinque anni, vestiti di casimiro chiaro con quadratini piccoli, camicia di flanella colorata e gilet nero, col cappello a tese larghe, senza giacca. S’era d’agosto di dieci anni fa, anno 1890 del vecchio secolo. Altrimenti avrei parlato alla nuova moda: cachemire avrei detto.


il bandito Fortunato Ansuini
il bandito Damiano Menichetti




Due gemelli dai baffi corvini con il fucile in mano e voci di donna che chiedono aiuto all’uomo: al vetturino -quel figlio di Mecarello- al marito -che si era fermato con la sua vettura poco più avanti e non s’accorse di nulla né vide alcuno- ai carabinieri -che sanno dove si trovano i briganti ma non vogliono sporcarsi il vestito- e alla pretura del mandamento di Pitigliano… sempre invano!
Avevamo da poco superato Montefiascone, eravamo diretti a Bolsena e vedevo dalla carrozza il Lago quando i malfattori mi depredarono. Ho raccontato tutto davanti alla Giustizia per filo e per segno ma non è mai servito a nulla, che io debba prendere il ferro e assalire a mia volta?
Se e quando lo farò, giuro che agirò in nome della mia ragazzina, che si trovò a fianco a me, faccia a faccia coi ladri… e le strapparono anche il suo borsellino, solo per prenderne pochi denari.
Seppur  donna ho combattuto i briganti per riavere i miei gioielli. E chi me lo leva dalla memoria? E’ tutto scritto senza poesia sul verbale di denunzia orale. In breve cercherò di riesporre i fatti.



Lago di Bolsena vista dalla Rocca di Montefiascone.
Foto M.Febbi


«Io Teresa Crisanti di anni 42 nata a Sorano e da tempo residente a Roma, con mio marito Giuseppe Berni, due figlie una maggiore dell’altra e con una donna di servizio che si chiama anch’ella Teresa, partimmo da Roma martedì 12 agosto col treno delle ore 5,55 ed arrivammo felicemente a Viterbo che era giorno alto; ci riposammo quindi un giorno e due notti in via Principessa Margherita numero 5 presso Chiara Manzoni, mia cara e devota amica. Poi ci muovemmo di nuovo da lì con il treno delle 8,40 fino a Montefiascone, dove giungemmo circa alle nove. Qui alla stazione trovammo due carrozze per condurci alla nostra casa estiva all’Elmo: una, l’unica disponibile del servizio postale appaltato ad un tale Mecarello, e l’altra appositamente mandata da Sorano per conto del fidato Fanelli Orlando e condotta da un giovane garzone di dieci o dodici anni.

Ma in prossimità di Bolsena il Mecarello ci disse che in realtà non sapeva la strada per Sorano e ci chiese di far sosta un momento a Bolsena dove avrebbe trovato qualcuno in grado di condurci.


Allora, arrivati allo scambio a Bolsena, mio marito aprì il portafoglio per pagare a quel bel Mecarello £ 7,50 del servizio dalla Stazione di Montefiascone a Bolsena. Però egli rifiutò ripetutamente la cifra accettando solo 1,50 £ per la corsa fino alla città di Montefiascone. Affermò che le 6 lire restanti potevano esserci utili lungo il cammino e si fermò lì. La sapeva lunga quel manutengolo! Ci affidò a suo figlio di cui non so il nome. Io salii con quest’ultimo insieme a mia figlia Ebe 
di 11 anni e alla donna di servizio, mentre mio marito prese posto sulla carrozza del Fanelli con la figlia Livia di 5 anni.


Loro partirono avanti e noi li seguimmo dietro sempre più piano, sempre più piano, tanto che il mio auriga separò l’altro per una distanza di oltre 200 metri. Sempre più piano fino alla discesa che precede la foresta di Sant’Antonio. Dal folto della selva uscirono fuori come cinghiali due terribili individui che con voce cattivissima mi ripetevano da una parte all’altra della carrozza che volevano i miei quattrini. Notai che fissavano la mia borsa; allora per distogliere le loro mire dal contenuto di quella concessi un piccolo portabiglietti che conteneva due pezzi da £ 5, un franco d’argento, un soldo e pochi centesimi: accorgendosi di un così misero bottino il malandrino più basso urlò ancora che voleva i denari e mi strappò la borsa dal petto. Non riuscì ad aprirla però e la gettò fuori iniziandomi a frugare nelle tasche. A quel punto con tutta la forza che avevo mi lanciai dalla carrozza e raccolsi la borsa: il meschino continuava a malmenarmi e io lo contrastavo vivamente. Fui vinta però dalle minacce dell’altro perché lo istigava ripetutamente ad uccidermi: gli lasciai la borsa e tornai seduta in carrozza. Quello sventrò la borsa sull’orlo del bosco e me la rigettò addosso, vuota. Di sicuro avevano fretta perché ripetevano in continuazione: “lesti, lesto, stai zitta!”
E ancor più certa sono che erano al corrente che portavo addosso quattrini, dalla veemenza con cui li chiedevano, senza mai dubitare che li avessi. A quel punto da sola, preceduta dalla bambina, corsi in avanti verso mio marito che, ignaro di tutto, si era fermato ad aspettarci poco lontano. »

Ho ripetuto l’elenco del maltolto per ore e ore nella mia mente e non ce la faccio a cancellarlo. Fui depredata infatti di 670 £ in carta moneta composti di due fogli di 100 £ cadauno della Banca Romana, di altra da 100 £ di quella Nazionale ed il resto in altri biglietti da 50,10 e 5. Presero persino 130 £ in oro dal portamonete della bambina con 2 £ d’argento e 5 centesimi; si impossessarono inoltre di una spilla di diamanti del valore approssimativo di £ 200, una catena d’oro da signora a tortiglione con fermaglio schiacciato di smalto nero del valore di £ 100, un braccialetto d’oro con astuccio di raso
Alchermes liquore di origine araba,
introdotto in Italia dai Medici.
rosso del valore di £ 90, un'altra spilla a stella recante la scritta “Ave” del valore di £ 40. Altro braccialetto d’argento a fascetta con incisa la parola “ricordo” in smalto nero, del valore di £ 14. Due spille d’argento, una rappresentante un uccello, l’altra con la scritta “Teresa” del valore di £ 10. Una piccola scatolina contenente due crocefissi ed una medaglia del valore di £ 3,40. Un portamonete vuoto a ferro di cavallo con la leggenda dorata “Ricordo di Roma” del valore di £ 1 e… ben due bottiglie di alchermes del valore di £ 2,40.

Li immagino tuttora in coppia gli aggressori, con i loro fucili a due canne, due uomini di media statura ad esser precisi, non gemelli, ma quasi uguali. Li vedo in piena luce vestiti di panno cinerino scuro, con cappello a piccola tesa quasi diritta, la pelle di colore olivastro, l’aspetto non villano ma civile. E sebbene io avessi scambiato molte parole con loro dalla flessione non riuscii a stabilire se fossero romani o toscani. Ma saprei riconoscerli fra cento persone  a distanza di cinquant’anni.

Dopo questo orrendo resoconto arriva la verità degli atti. Sul mio collo la leggenda:

« Pur offesa e depredata io stessa mi astengo personalmente dal propor querela in quanto lascio a mio marito più di me offeso e più in dovere, il fare direttamente e se lo crederà ciò che è nel suo interesse.
Letto confermato e sottoscritto in questo e nel precedente foglio il 17 agosto 1890 in Sorano.»

In quanto donna Teresa Berni fu Crisanti.



 Di ©Marianna Febbi 11/01/2012

[Liberamente tratto dagli atti del processo a carico di Menichetti Damiano e Ansuini Fortunato, entrambi latitanti, per rapina commessa da due sconosciuti armati di doppietta ai danni di Crisanti Teresa. Oggi questi documenti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Viterbo. Tutti i fogli sono stati fotografati e trascritti da Marianna Febbi in collaborazione con dott.ssa Aurora Bonanni, Domenica Cagnucci e lo storico Giovanni A. Baragliu.
Studio realizzato a cura dell’Associazione Nonni e Nipoti di Viterbo da cui è stato tratto lo spettacolo teatrale “Rievocazione storica del processo al brigante Menichetti di Toscanella. L’uccisione del Brigadiere Sebastiano Preta” rappresentato a Tuscania nel 2012 da un’idea del dott. Marco Faregna con il supporto del delegato ai Servizi Sociali del comune di Tuscania cav. Ezio Luciano Brachetti ed il coordinamento della dott.ssa Elena Bocci.
Il racconto è stato presentato al concorso "Un albero per i nipoti - Festa dei Nonni"  di Abbadia San Salvatore edizione 2012; è stato pubblicato sulla rivista mensile Nuovo Corriere dell’Amiata anno XIII n°15 di C&P Adver-Edizioni Effigi; un estratto di 100 parole è stato premiato nel concorso dell’ Arci di Siena 2012 “Racconti di fretta per narrare l’Avventura di essere donna”.]

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